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Guidebook for Arezzo

Villa Sargiano
Villa Sargiano
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Villa Sargiano

Guidebook for Arezzo

Food Scene
Pranzo o cena Toscana a menù fisso. Extra Euro 35,00 a persona. I sapori ritrovati per voi della cucina toscana della nonna. Antipasto, primo, secondo, contorni, dolcetti, frutta, caffè o tisane, liquori, vino e acqua. A richiesta ad Euro 50,00 a persona la Bisteccata. Piccolo antipasto, bistecca alla brace da 1 kg, fagioli all'olio di oliva. Dessert, vino acqua liquori Tutti i giorni pranzo o cena solo su prenotazione escluso le sere di giovedi.
Villa Sargiano
Pranzo o cena Toscana a menù fisso. Extra Euro 35,00 a persona. I sapori ritrovati per voi della cucina toscana della nonna. Antipasto, primo, secondo, contorni, dolcetti, frutta, caffè o tisane, liquori, vino e acqua. A richiesta ad Euro 50,00 a persona la Bisteccata. Piccolo antipasto, bistecca alla brace da 1 kg, fagioli all'olio di oliva. Dessert, vino acqua liquori Tutti i giorni pranzo o cena solo su prenotazione escluso le sere di giovedi.
Tagliatelle al sugo di carne e funghi porcini (tagliatelle with meat sauce and Porcini mushrooms)
7
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Ristorante Antica Pieve - Cucina Tipica Toscana
7
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Tagliatelle al sugo di carne e funghi porcini (tagliatelle with meat sauce and Porcini mushrooms)
Ad ogni ora c'è un prodotto Menchetti pensato per soddisfare una particolare esigenza… dalla colazione, al pranzo, passando per lo spuntino del pomeriggio, l’aperitivo, la cena e il dopo cena… Nei locali ogni momento della giornata è unico, e come tale merita una rappresentazione diversa dalla precedente, così come in ogni periodo dell’anno sono disponibili le specialità di stagione, dai dolci alla pizza, passando per le ricette dello chef, che ogni giorno ridisegna il menu utilizzando i migliori ingredienti che la natura mette a disposizione. I locali sono la diretta espressione dei valori della naturalità, la stagionalità e la qualità del prodotto, certo, ma anche la creatività, la passione e la tentazione li rendono particolarmente apprezzati per ogni occasione, da un appuntamento di lavoro, un'occasione speciale o un semplice aperitivo con amici.
Panificio Menchetti
11 Via Avvocato Fulvio Croce
Ad ogni ora c'è un prodotto Menchetti pensato per soddisfare una particolare esigenza… dalla colazione, al pranzo, passando per lo spuntino del pomeriggio, l’aperitivo, la cena e il dopo cena… Nei locali ogni momento della giornata è unico, e come tale merita una rappresentazione diversa dalla precedente, così come in ogni periodo dell’anno sono disponibili le specialità di stagione, dai dolci alla pizza, passando per le ricette dello chef, che ogni giorno ridisegna il menu utilizzando i migliori ingredienti che la natura mette a disposizione. I locali sono la diretta espressione dei valori della naturalità, la stagionalità e la qualità del prodotto, certo, ma anche la creatività, la passione e la tentazione li rendono particolarmente apprezzati per ogni occasione, da un appuntamento di lavoro, un'occasione speciale o un semplice aperitivo con amici.
Nel cuore del centro Storico. Di fronte alla Chiesa di San Francesco. Nel 1997 il Caffè viene scelto per l’ambientazione di alcune scene del film di Roberto Benigni “La vita è bella”, Premio speciale della Giuria al Festival di Cannes 1998 e vincitore di tre Premi Oscar. Tale evento oltre al far conoscere Arezzo ed il Caffè dei Costanti in tutto il mondo, da vita ad una nuova specialità del Caffè, la coppa di gelato “La vita è bella”. Gli anni recenti, vedono il Caffè dei Costanti, meta obbligata per il visitatore della città di Arezzo e dei suoi tesori artistici, e di antiquariato, primi fra tutti, gli affreschi di Piero della Francesca nella vicina Basilica di San Francesco, e la Fiera dell’Antiquariato che si tiene mensilmente ogni primo sabato e domenica del mese. Dal 6 dicembre 2007 il Caffè dei Costanti è stata acquisita e ristrutturato dalla B&G srl di Marco Grotti e Pietro Brocchi i quali con enormi sforzi lo hanno completamente ristrutturato portando linfa nuova e un adeguamento di tempi odierni. In effetti nel 2009-10 è risultato miglior Bar d’Italia “Gambero Rosso” caffè storici. La nuova filosofia è improntata verso un pubblico cosmopolita, ma anche sui giovani e la movida, quindi punto di diamante: l’Happy Hours e il bere miscelato non trascurando le coppe gelato e il food.
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Caffe' Dei Costanti
19 Via San Francesco
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Nel cuore del centro Storico. Di fronte alla Chiesa di San Francesco. Nel 1997 il Caffè viene scelto per l’ambientazione di alcune scene del film di Roberto Benigni “La vita è bella”, Premio speciale della Giuria al Festival di Cannes 1998 e vincitore di tre Premi Oscar. Tale evento oltre al far conoscere Arezzo ed il Caffè dei Costanti in tutto il mondo, da vita ad una nuova specialità del Caffè, la coppa di gelato “La vita è bella”. Gli anni recenti, vedono il Caffè dei Costanti, meta obbligata per il visitatore della città di Arezzo e dei suoi tesori artistici, e di antiquariato, primi fra tutti, gli affreschi di Piero della Francesca nella vicina Basilica di San Francesco, e la Fiera dell’Antiquariato che si tiene mensilmente ogni primo sabato e domenica del mese. Dal 6 dicembre 2007 il Caffè dei Costanti è stata acquisita e ristrutturato dalla B&G srl di Marco Grotti e Pietro Brocchi i quali con enormi sforzi lo hanno completamente ristrutturato portando linfa nuova e un adeguamento di tempi odierni. In effetti nel 2009-10 è risultato miglior Bar d’Italia “Gambero Rosso” caffè storici. La nuova filosofia è improntata verso un pubblico cosmopolita, ma anche sui giovani e la movida, quindi punto di diamante: l’Happy Hours e il bere miscelato non trascurando le coppe gelato e il food.
Sightseeing
Piazza Grande, la piazza più bella di Arezzo, si apre nel cuore della città medioevale, la piazza è un alternarsi di costruzioni di varie epoche che le danno un aspetto suggestivo e scenografico. Ha una caratteristica forma trapezoidale, con una superficie fortemente inclinata, la piazza era l’antica Platea Communis, sorta attorno al 1200 e poi modificata nel corso del XVI secolo, quando la piazza fu ridotta alle dimensioni attuali con la realizzazione, del loggiato vasariano. La piazza fu, nell’età comunale, luogo di scambi mercantili tra la città e la campagna, e poi, in epoca medicea, divenne il centro degli uffici civili. Tra gli edifici che caratterizzano la piazza, sono degni di nota l’imponente Palazzo delle Logge, costruito nel 1573 da Giorgio Vasari (1511-1574), il palazzo è aperto da un vasto e bel porticato sul quale ancora si affacciano botteghe artigiane e attività commerciali. Continuando verso sinistra troviamo il Palazzo della fraternita dei Laici, elegante palazzo con facciata in parte gotica e in parte rinascimentale, la sua costruzione fu iniziata nal 1375 da Baldino di Cino e Niccolò di Francesco che costruirono il portale, poi nel 1434, Bernardo da Rosellino continuò la costruzione della facciata, che fu terminata nel 1460 da Giuliano e Algozzo da Settignano, nel XVI secolo fu aggiunto il piccolo campanile con l’orologio. Accanto è il Palazzo del Tribunale (XVII-XVIII secolo) con un elegante scalinata semicircolare; poi è l’abside della Pieve di Santa Maria, la cui facciata si trova sul lato opposto, in Corso Italia. Sugli altri due lati della piazza sono interessanti costruzioni che conservano il carattere medioevale originario della piazza con vecchie case dai ballatoi di legno e torri merlate. Tra gli edifici più caratterisitici la Torre Faggiolana (XIII secolo), il Palazzo Cofani-Brizzolari e la casa-torre dei Lappoli (XIII secolo). Piazza Grande è il suggestivo scenario della Giostra del Saracino, torneo cavalleresco che si svolge a giugno e settembre, e della fiera antiquaria, che ha luogo la prima domenica del mese e il sabato che la precede.
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Piazza Grande
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Piazza Grande, la piazza più bella di Arezzo, si apre nel cuore della città medioevale, la piazza è un alternarsi di costruzioni di varie epoche che le danno un aspetto suggestivo e scenografico. Ha una caratteristica forma trapezoidale, con una superficie fortemente inclinata, la piazza era l’antica Platea Communis, sorta attorno al 1200 e poi modificata nel corso del XVI secolo, quando la piazza fu ridotta alle dimensioni attuali con la realizzazione, del loggiato vasariano. La piazza fu, nell’età comunale, luogo di scambi mercantili tra la città e la campagna, e poi, in epoca medicea, divenne il centro degli uffici civili. Tra gli edifici che caratterizzano la piazza, sono degni di nota l’imponente Palazzo delle Logge, costruito nel 1573 da Giorgio Vasari (1511-1574), il palazzo è aperto da un vasto e bel porticato sul quale ancora si affacciano botteghe artigiane e attività commerciali. Continuando verso sinistra troviamo il Palazzo della fraternita dei Laici, elegante palazzo con facciata in parte gotica e in parte rinascimentale, la sua costruzione fu iniziata nal 1375 da Baldino di Cino e Niccolò di Francesco che costruirono il portale, poi nel 1434, Bernardo da Rosellino continuò la costruzione della facciata, che fu terminata nel 1460 da Giuliano e Algozzo da Settignano, nel XVI secolo fu aggiunto il piccolo campanile con l’orologio. Accanto è il Palazzo del Tribunale (XVII-XVIII secolo) con un elegante scalinata semicircolare; poi è l’abside della Pieve di Santa Maria, la cui facciata si trova sul lato opposto, in Corso Italia. Sugli altri due lati della piazza sono interessanti costruzioni che conservano il carattere medioevale originario della piazza con vecchie case dai ballatoi di legno e torri merlate. Tra gli edifici più caratterisitici la Torre Faggiolana (XIII secolo), il Palazzo Cofani-Brizzolari e la casa-torre dei Lappoli (XIII secolo). Piazza Grande è il suggestivo scenario della Giostra del Saracino, torneo cavalleresco che si svolge a giugno e settembre, e della fiera antiquaria, che ha luogo la prima domenica del mese e il sabato che la precede.
Posizione strategica per la visita al Centro storico di Arezzo. Accanto alla Cattedrale, Palazzo della Provincia e Comune. Si domina tutta la città. Vicino a locali notturni e ristoranti tipici e shopping nei negozi migliori del centro.  La Fortezza Medicea si eleva sul Colle di San Donato, in viale Buozzi, a 305 m di quota. E’ un importante monumento architettonico perché nel Cinquecento costituiva una base militare difensiva all’interno della cinta muraria. E’ stato edificato con impianto pentagonale irregolare per permettere l’adattamento al terreno con bastioni di differente impostazione e scarpa di notevole altezza in confronto alla parete a piombo. La Fortezza fu realizzata, su ordine della Repubblica di Firenze e di Cosimo I de’ Medici, da Antonio da Sangallo (il Giovane) e Nanni Unghero tra il 1538 ed il 1560, secondo i principi della fortificazione alla moderna. Nei primi anni del XIX secolo, le truppe francesi provarono far saltare in aria la Fortezza con le mine, quindi nel 1868 il monumento subì un nuovo restauro; restano ancora visibili sul fianco Ovest i segni dell’esplosione. A fine Ottocento, dopo il dominio della famiglia Fossombroni, passò sotto il possesso del Comune aretino, che lo adattò a giardino e passeggio per i cittadini. Bellissima la vista dal colle in cui si trova la Fortezza; da lì infatti è possibile dominare la città, la piana aretina, la valle dell’Arno, il massiccio del Pratomagno, l’alpe di Catenaia, le vette di Poti e di Lignano.
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Fortezza Medicea
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Posizione strategica per la visita al Centro storico di Arezzo. Accanto alla Cattedrale, Palazzo della Provincia e Comune. Si domina tutta la città. Vicino a locali notturni e ristoranti tipici e shopping nei negozi migliori del centro.  La Fortezza Medicea si eleva sul Colle di San Donato, in viale Buozzi, a 305 m di quota. E’ un importante monumento architettonico perché nel Cinquecento costituiva una base militare difensiva all’interno della cinta muraria. E’ stato edificato con impianto pentagonale irregolare per permettere l’adattamento al terreno con bastioni di differente impostazione e scarpa di notevole altezza in confronto alla parete a piombo. La Fortezza fu realizzata, su ordine della Repubblica di Firenze e di Cosimo I de’ Medici, da Antonio da Sangallo (il Giovane) e Nanni Unghero tra il 1538 ed il 1560, secondo i principi della fortificazione alla moderna. Nei primi anni del XIX secolo, le truppe francesi provarono far saltare in aria la Fortezza con le mine, quindi nel 1868 il monumento subì un nuovo restauro; restano ancora visibili sul fianco Ovest i segni dell’esplosione. A fine Ottocento, dopo il dominio della famiglia Fossombroni, passò sotto il possesso del Comune aretino, che lo adattò a giardino e passeggio per i cittadini. Bellissima la vista dal colle in cui si trova la Fortezza; da lì infatti è possibile dominare la città, la piana aretina, la valle dell’Arno, il massiccio del Pratomagno, l’alpe di Catenaia, le vette di Poti e di Lignano.
L'anfiteatro fu costruito a cavallo fra gli ultimi anni del I secolo e i primi del II (la datazione dell'edificio è da porsi in età adrianea, 117-138 d.C.). Esso, che subì durante i secoli gravissime menomazioni, fu esplorato per la prima volta negli anni 1914-1915; gli scavi, interrotti a causa della guerra, furono ripresi nel 1926. Dal 1950 il monumento è stato sottoposto a periodici restauri che lo hanno portato completamente alla luce. Il sito archeologico ha un asse maggiore di 121 metri e una minore di 68 metri. L'anfiteatro è ellittico e dotato di gradinate su due ordini: della struttura, realizzata usando blocchi di arenaria, laterizi e marmo, rimangono la platea e i resti degli ambulacri. Le costruzioni alle gradinate dell'anfiteatro comprendevano due ambulacri (corridoi coperti) concentrici ed un terzo anello che doveva delimitare l'arena. Scomparsi ormai il portico e l'ambulacro perimetrali, è tuttavia possibile individuare i due accessi principali agli estremi dell'asse longitudinale ed i due secondari in corrispondenza dell'asse trasversale. Ai tre ambulacri si interponevano due fasce di strutture portanti interrotte dai vomitoria, da cellae terraneae e da accessi con scale che si svolgevano tutti intorno all'ellisse, alternandosi con regolarità. Delle strutture restano parti diverse a seconda dei vari punti del perimetro; permangono ampi resti delle costruzioni della cavea: volte dei vomitoria, parzialmente incorporate nei resti del convento, resti di scale per accedere alla media cavea. Sono invece scomparse le gradinate della cavea, anche se si può indicarne il grado di pendenza, riferendosi agli scarsi resti rimasti sul terreno. Si sono potute facilmente ricostruire le misure dell'anfiteatro: si tratta di una struttura con arena di grandi dimensioni (71,9 x 42,7 metri), solo di poco inferiore a quella del Colosseo (77 x 46,5 metri). Assai minore è, in proporzione, lo spessore della fascia muraria (24,7 metri). Le strutture dell'anfiteatro aretino alternano rivestimenti di tipo canonico ad altri di tipo più raro. Le volte dei corridoi anulari sono in opus coementicum (malta mista a coementa, ossia pietrame tufaceo o siliceo). Nei rivestimenti murarii viene adottato l'opus mixtum, si alterna cioè l'opus reticulatum (quadrelli disposti in lunghi filari obliqui) all'opus vittatum (file, vittae, di tufelli rettangolari alternate a superfici laterizie). Le scale interne sono in travertino, all'esterno, l'anfiteatro era probabilmente rivestito di arenaria locale. L'anfiteatro ha subito diversi saccheggi nel corso degli anni e parte del materiale è stato utilizzato per realizzare alcuni edifici religiosi[1]. Una testimonianza di questo uso è il Monastero di San Bernardo, che fu realizzato nel XVI secolo a ridosso dell'emiciclo sud e che oggi ospita il Museo Archeologico. Dotata di una capienza presunta di circa 8.000 - 10.000 spettatori, la struttura - accessibile da via Margaritone e da via Francesco Crispi, viene utilizzata oggi come teatro all'aperto.
Roman Amphitheatre of Arezzo
L'anfiteatro fu costruito a cavallo fra gli ultimi anni del I secolo e i primi del II (la datazione dell'edificio è da porsi in età adrianea, 117-138 d.C.). Esso, che subì durante i secoli gravissime menomazioni, fu esplorato per la prima volta negli anni 1914-1915; gli scavi, interrotti a causa della guerra, furono ripresi nel 1926. Dal 1950 il monumento è stato sottoposto a periodici restauri che lo hanno portato completamente alla luce. Il sito archeologico ha un asse maggiore di 121 metri e una minore di 68 metri. L'anfiteatro è ellittico e dotato di gradinate su due ordini: della struttura, realizzata usando blocchi di arenaria, laterizi e marmo, rimangono la platea e i resti degli ambulacri. Le costruzioni alle gradinate dell'anfiteatro comprendevano due ambulacri (corridoi coperti) concentrici ed un terzo anello che doveva delimitare l'arena. Scomparsi ormai il portico e l'ambulacro perimetrali, è tuttavia possibile individuare i due accessi principali agli estremi dell'asse longitudinale ed i due secondari in corrispondenza dell'asse trasversale. Ai tre ambulacri si interponevano due fasce di strutture portanti interrotte dai vomitoria, da cellae terraneae e da accessi con scale che si svolgevano tutti intorno all'ellisse, alternandosi con regolarità. Delle strutture restano parti diverse a seconda dei vari punti del perimetro; permangono ampi resti delle costruzioni della cavea: volte dei vomitoria, parzialmente incorporate nei resti del convento, resti di scale per accedere alla media cavea. Sono invece scomparse le gradinate della cavea, anche se si può indicarne il grado di pendenza, riferendosi agli scarsi resti rimasti sul terreno. Si sono potute facilmente ricostruire le misure dell'anfiteatro: si tratta di una struttura con arena di grandi dimensioni (71,9 x 42,7 metri), solo di poco inferiore a quella del Colosseo (77 x 46,5 metri). Assai minore è, in proporzione, lo spessore della fascia muraria (24,7 metri). Le strutture dell'anfiteatro aretino alternano rivestimenti di tipo canonico ad altri di tipo più raro. Le volte dei corridoi anulari sono in opus coementicum (malta mista a coementa, ossia pietrame tufaceo o siliceo). Nei rivestimenti murarii viene adottato l'opus mixtum, si alterna cioè l'opus reticulatum (quadrelli disposti in lunghi filari obliqui) all'opus vittatum (file, vittae, di tufelli rettangolari alternate a superfici laterizie). Le scale interne sono in travertino, all'esterno, l'anfiteatro era probabilmente rivestito di arenaria locale. L'anfiteatro ha subito diversi saccheggi nel corso degli anni e parte del materiale è stato utilizzato per realizzare alcuni edifici religiosi[1]. Una testimonianza di questo uso è il Monastero di San Bernardo, che fu realizzato nel XVI secolo a ridosso dell'emiciclo sud e che oggi ospita il Museo Archeologico. Dotata di una capienza presunta di circa 8.000 - 10.000 spettatori, la struttura - accessibile da via Margaritone e da via Francesco Crispi, viene utilizzata oggi come teatro all'aperto.
Parks & Nature
A vedetta della città di Arezzo, sulle pendici settentrionali del Monte Lignano, potrai immergerti nel segreto e accogliente bosco di Sargiano, Area Naturale Protetta nei secoli dalle mura di un ex convento francescano. Il luogo e la cura con cui il Bosco è stato conservato fino ai nostri giorni, testimonia il profondo rispetto verso la natura. In questo piccolo angolo verde vive e si riproduce la rovere, una specie divenuta col tempo molto rara nella provincia di Arezzo e in tutta l’Italia per il pregio del suo legname e per far posto alle colture agricole. Il bosco è un’oasi di pace e freschezza soprattutto nella calura estiva, grazie alla sua copiosa copertura arborea; ti perderai tra i molteplici profumi dei fiori come le margherite e i ciclamini e degli arbusti come l'alloro e il biancospino. Il cuore del bosco può riservare piccole sorprese: alberi forgiati dal becco del picchio verde, simpatici scoiattoli e fugaci apparizioni della rossastra coda della volpe, istrici in amore, fagiani, caprioli, cervi, daini. Fitte siepi come tende di sipari dietro ai quali scompare la rossastra coda della volpe e foglie camuffate in comodi nidi per piccoli insetti. Tra l'avifauna, sono presenti tra le altre specie il barbagianni, la civetta e l'allocco . All’ingresso di VILLA SARGIANO puoi ammirare l’imponente “Leccio”, legato alla storia del brigante aretino Federico Bobini detto Gnicche che, si dice, fosse solito organizzare i suoi agguati proprio in prossimità di questo maestoso albero di circa 200 anni di età. Proseguendo l'asfalto lascia il posto alla strada sterrata e la pendenza inizia a diminuire. Poco dopo l'inizio dello sterrato, sulla destra si apre un ampio piazzale pianeggiante; vale la pena di addentrarvisi perchè da qui si gode di una splendida vista sulla Val di Chiana. Poco più avanti il sentiero CAI 551 svolta a sinistra, lasciando la strada carrabile. Il tratto che segue è quello più sconnesso del tragitto, ma comunque ben percorribile. Qui occorre prestare attenzione e rimanere sul sentiero CAI 551, senza deviare sui numerosi sentieri di cacciatori che si intersecano nella zona; il sentiero da percorrere è comunque ben segnalato. Il prossimo punto di riferimento è il bivio con il CAI 553 che porta a Bagnoro, segnalato da un palo con le frecce direzionali. Da qui si prosegue sulla destra in salita, sempre seguendo il CAI 551, fino alla cima di Lignano. Lungo il tragitto si gode di una buona vista panoramica sulla città di Arezzo. Una volta giunti sulla cima del Monte Lignano, si scende sul versante opposto, sempre seguendo sempre il sentiero CAI 551 in direzione del parco. A un certo punto, il sentiero incontra una strada forestale; qui occorre tenere la sinistra. In questa zona si incrociano diverse piste percorribili a piedi o in mountain bike; il sentiero da seguire è sempre quello principale e lo si riconosce, oltre che dai consueti segni bianco-rossi, dalle stazioni della Via Crucis. Si prosegue in discesa fino al valico delle Cinque vie, che segna all'incirca la metà del tragitto. Il percorso di ritorno inizia procedendo a ritroso lungo quello dell'andata fino al punto in cui, scendendo dalla cima di Lignano, abbiamo incontrato la strada forestale. Questa volta, invece di salire nuovamente sulla vetta del monte, teniamo la sinistra, abbandonando il sentiero CAI 551 e proseguendo lungo la strada forestale. Questa va seguita per circa altri 2 km, fino al punto in cui si incontra il sentiero CAI 545 e, pochi metri dopo, un crocevia di forma triangolare allo scoperto dalla vegetazione. Qui si svolta a destra per un sentiero non segnalato ma facilmente riconoscibile (abbastanza largo da consentire il transito di un fuoristrada) che porta in località Il Poggiolo, sopra Santa Maria a Pigli. Dopo circa un chilometro si incontra una casa isolata e la strada diventa una carrareccia cementata. Dopo un centinaio di metri, in un tornante secco a sinistra, si lascia nuovamente la strada cementata svoltando a destra (in corrispondenza di un cartello di "divieto di caccia"). Segue un tratto di strada forestale che ufficialmente non fa parte dei sentieri censiti dal CAI, ma in cui si incontrano comunque i segni bianco-rossi. Seguendo la strada si torna nuovamente nel CAI 551, giungendo allo stesso incrocio a Villa Sargiano in cui all'andata abbiamo svoltato a sinistra. Da qui il tragitto si chiude scendendo fino alla rotatoria di Olmo per la stessa strada fatta all'andata.
Bosco Di Sargiano
A vedetta della città di Arezzo, sulle pendici settentrionali del Monte Lignano, potrai immergerti nel segreto e accogliente bosco di Sargiano, Area Naturale Protetta nei secoli dalle mura di un ex convento francescano. Il luogo e la cura con cui il Bosco è stato conservato fino ai nostri giorni, testimonia il profondo rispetto verso la natura. In questo piccolo angolo verde vive e si riproduce la rovere, una specie divenuta col tempo molto rara nella provincia di Arezzo e in tutta l’Italia per il pregio del suo legname e per far posto alle colture agricole. Il bosco è un’oasi di pace e freschezza soprattutto nella calura estiva, grazie alla sua copiosa copertura arborea; ti perderai tra i molteplici profumi dei fiori come le margherite e i ciclamini e degli arbusti come l'alloro e il biancospino. Il cuore del bosco può riservare piccole sorprese: alberi forgiati dal becco del picchio verde, simpatici scoiattoli e fugaci apparizioni della rossastra coda della volpe, istrici in amore, fagiani, caprioli, cervi, daini. Fitte siepi come tende di sipari dietro ai quali scompare la rossastra coda della volpe e foglie camuffate in comodi nidi per piccoli insetti. Tra l'avifauna, sono presenti tra le altre specie il barbagianni, la civetta e l'allocco . All’ingresso di VILLA SARGIANO puoi ammirare l’imponente “Leccio”, legato alla storia del brigante aretino Federico Bobini detto Gnicche che, si dice, fosse solito organizzare i suoi agguati proprio in prossimità di questo maestoso albero di circa 200 anni di età. Proseguendo l'asfalto lascia il posto alla strada sterrata e la pendenza inizia a diminuire. Poco dopo l'inizio dello sterrato, sulla destra si apre un ampio piazzale pianeggiante; vale la pena di addentrarvisi perchè da qui si gode di una splendida vista sulla Val di Chiana. Poco più avanti il sentiero CAI 551 svolta a sinistra, lasciando la strada carrabile. Il tratto che segue è quello più sconnesso del tragitto, ma comunque ben percorribile. Qui occorre prestare attenzione e rimanere sul sentiero CAI 551, senza deviare sui numerosi sentieri di cacciatori che si intersecano nella zona; il sentiero da percorrere è comunque ben segnalato. Il prossimo punto di riferimento è il bivio con il CAI 553 che porta a Bagnoro, segnalato da un palo con le frecce direzionali. Da qui si prosegue sulla destra in salita, sempre seguendo il CAI 551, fino alla cima di Lignano. Lungo il tragitto si gode di una buona vista panoramica sulla città di Arezzo. Una volta giunti sulla cima del Monte Lignano, si scende sul versante opposto, sempre seguendo sempre il sentiero CAI 551 in direzione del parco. A un certo punto, il sentiero incontra una strada forestale; qui occorre tenere la sinistra. In questa zona si incrociano diverse piste percorribili a piedi o in mountain bike; il sentiero da seguire è sempre quello principale e lo si riconosce, oltre che dai consueti segni bianco-rossi, dalle stazioni della Via Crucis. Si prosegue in discesa fino al valico delle Cinque vie, che segna all'incirca la metà del tragitto. Il percorso di ritorno inizia procedendo a ritroso lungo quello dell'andata fino al punto in cui, scendendo dalla cima di Lignano, abbiamo incontrato la strada forestale. Questa volta, invece di salire nuovamente sulla vetta del monte, teniamo la sinistra, abbandonando il sentiero CAI 551 e proseguendo lungo la strada forestale. Questa va seguita per circa altri 2 km, fino al punto in cui si incontra il sentiero CAI 545 e, pochi metri dopo, un crocevia di forma triangolare allo scoperto dalla vegetazione. Qui si svolta a destra per un sentiero non segnalato ma facilmente riconoscibile (abbastanza largo da consentire il transito di un fuoristrada) che porta in località Il Poggiolo, sopra Santa Maria a Pigli. Dopo circa un chilometro si incontra una casa isolata e la strada diventa una carrareccia cementata. Dopo un centinaio di metri, in un tornante secco a sinistra, si lascia nuovamente la strada cementata svoltando a destra (in corrispondenza di un cartello di "divieto di caccia"). Segue un tratto di strada forestale che ufficialmente non fa parte dei sentieri censiti dal CAI, ma in cui si incontrano comunque i segni bianco-rossi. Seguendo la strada si torna nuovamente nel CAI 551, giungendo allo stesso incrocio a Villa Sargiano in cui all'andata abbiamo svoltato a sinistra. Da qui il tragitto si chiude scendendo fino alla rotatoria di Olmo per la stessa strada fatta all'andata.
Benvenuti nell’ampia valle amica dei ciclisti. Questo territorio rappresenta un ponte ideale di collegamento tra le terre di Arezzo, Siena e l’Umbria. La pedalata lungo il Canale Maestro della Chiana è un viaggio nel tempo e negli elementi: si pedala nel cuore della civiltà etrusca e nel segno delle acque in un territorio disegnato dalle forze della natura e dalle mani dell’uomo. Gli ingegneri idraulici del Granduca Leopoldo di Toscana furono artefici di un’imponente opera di bonifica che trasformò questa zona in un importante centro agricolo; tuttora l’economia locale è fortemente radicata ai prodotti della sua terra dove si pedala sulle strade del formaggio e della frutta, dell’olio e del vino. Tra Arezzo e Chiusi molteplici sono le possibilità di entrare in sintonia col cuore di una terra tutta da vivere, nel segno della storia e dell’arte lungo la storica via d’acqua, lasciandosi tentare dalle eccellenze di un territorio che, al di là delle etichette, profuma di autenticità. Il Canale Maestro della Chiana Il sentiero ciclopedonale del Canale Maestro della Chiana unisce Arezzo con Chiusi. Si tratta di un percorso di circa 62 km attrezzato e protetto per chi viaggia lentamente, in bici o a piedi. L’antica strada utilizzata per la manutenzione del canale e delle chiuse costituisce infatti un tracciato naturale privo di dislivelli e particolarmente adatto ad un turismo sportivo familiare, ideale da integrare col trasporto ferroviario che serve la Val di Chiana tra Arezzo e Chiusi. Oltre ai contenuti storici e paesaggistici questa pista ciclabile che attraversa tutta la Val di Chiana si identifica per una forte caratterizzazione turistica nel senso della piena fruibilità, così come avviene per le piste ciclabili europee destinate a chi viaggia senza fretta utilizzando la bici come mezzo per vivere pienamente il territorio.Il Callone di Valiano L’altimetria decisamente piatta la rende adatta a viaggi per famiglie con bambini. In poche parole la Toscana dai profili collinari e montuosi che generalmente richiede gambe abituate ai cambi di pendenza, si distende e diventa amica anche di ciclisti non necessariamente allenati. La ciclopedonale del Canale Maestro della Chiana è anche un’occasione per entrare in contatto diretto con luoghi e persone che raccontano il territorio con importanti produzioni come vino, olio e frutta. Seguendo la ciclabile si scoprono cantine, piazze, frantoi, artigiani ignorati dalle rotte tradizionali del turismo. Si tratta di una sorta di via preferenziale verso il cuore di una valle frequentata ma sconosciuta da chi l’attraversa in auto o in treno, verso una Toscana tutta da scoprire e da vivere. Il percorso in linea, abbinato al trasporto integrato con il treno, permette di effettuare l’intero tracciato senza dover tornare sui propri passi e i servizi dedicati (noleggio bici, trasporto bagagli, punti assistenza e strutture turistico-ricettive specializzate lungo il percorso) rendono questa strada ciclabile un punto di riferimento nel cuore della Toscana facilmente raggiungibile in treno con le stazioni di Chiusi e Arezzo. Brevi deviazioni dal percorso principale permettono di effettuare un vero e proprio viaggio di scoperta in città d’arte come Montepulciano e Chiusi, Arezzo, Castiglion Fiorentino e Cortona.
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Sentiero della Bonifica
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Benvenuti nell’ampia valle amica dei ciclisti. Questo territorio rappresenta un ponte ideale di collegamento tra le terre di Arezzo, Siena e l’Umbria. La pedalata lungo il Canale Maestro della Chiana è un viaggio nel tempo e negli elementi: si pedala nel cuore della civiltà etrusca e nel segno delle acque in un territorio disegnato dalle forze della natura e dalle mani dell’uomo. Gli ingegneri idraulici del Granduca Leopoldo di Toscana furono artefici di un’imponente opera di bonifica che trasformò questa zona in un importante centro agricolo; tuttora l’economia locale è fortemente radicata ai prodotti della sua terra dove si pedala sulle strade del formaggio e della frutta, dell’olio e del vino. Tra Arezzo e Chiusi molteplici sono le possibilità di entrare in sintonia col cuore di una terra tutta da vivere, nel segno della storia e dell’arte lungo la storica via d’acqua, lasciandosi tentare dalle eccellenze di un territorio che, al di là delle etichette, profuma di autenticità. Il Canale Maestro della Chiana Il sentiero ciclopedonale del Canale Maestro della Chiana unisce Arezzo con Chiusi. Si tratta di un percorso di circa 62 km attrezzato e protetto per chi viaggia lentamente, in bici o a piedi. L’antica strada utilizzata per la manutenzione del canale e delle chiuse costituisce infatti un tracciato naturale privo di dislivelli e particolarmente adatto ad un turismo sportivo familiare, ideale da integrare col trasporto ferroviario che serve la Val di Chiana tra Arezzo e Chiusi. Oltre ai contenuti storici e paesaggistici questa pista ciclabile che attraversa tutta la Val di Chiana si identifica per una forte caratterizzazione turistica nel senso della piena fruibilità, così come avviene per le piste ciclabili europee destinate a chi viaggia senza fretta utilizzando la bici come mezzo per vivere pienamente il territorio.Il Callone di Valiano L’altimetria decisamente piatta la rende adatta a viaggi per famiglie con bambini. In poche parole la Toscana dai profili collinari e montuosi che generalmente richiede gambe abituate ai cambi di pendenza, si distende e diventa amica anche di ciclisti non necessariamente allenati. La ciclopedonale del Canale Maestro della Chiana è anche un’occasione per entrare in contatto diretto con luoghi e persone che raccontano il territorio con importanti produzioni come vino, olio e frutta. Seguendo la ciclabile si scoprono cantine, piazze, frantoi, artigiani ignorati dalle rotte tradizionali del turismo. Si tratta di una sorta di via preferenziale verso il cuore di una valle frequentata ma sconosciuta da chi l’attraversa in auto o in treno, verso una Toscana tutta da scoprire e da vivere. Il percorso in linea, abbinato al trasporto integrato con il treno, permette di effettuare l’intero tracciato senza dover tornare sui propri passi e i servizi dedicati (noleggio bici, trasporto bagagli, punti assistenza e strutture turistico-ricettive specializzate lungo il percorso) rendono questa strada ciclabile un punto di riferimento nel cuore della Toscana facilmente raggiungibile in treno con le stazioni di Chiusi e Arezzo. Brevi deviazioni dal percorso principale permettono di effettuare un vero e proprio viaggio di scoperta in città d’arte come Montepulciano e Chiusi, Arezzo, Castiglion Fiorentino e Cortona.
Arts & Culture
La nascita, nel 1828, si deve ad una Società Anonima composta da cittadini aretini, che successivamente prese il nome di Accademia Teatrale Petrarca. L'incarico del progetto fu affidato all'ingegnere Vittorio Bellini e nel 1830 ebbero inizio i lavori di costruzione. Il Teatro fu inaugurato tre anni dopo, il 21 aprile 1833, con la rappresentazione di Anna Bolena musicata da Donizetti e con un ballo in cinque atti intitolato Alessandro da Palermo. Il successo di queste prime rappresentazioni, ottenuto grazie alla bravura degli attori Marianna Brighenti e Luigi Biondini e alle apprezzate qualità dello scenografo Gianni di Firenze e dell'impresario Giuseppe Feroci, segnarono il primo importante risultato nella storia artistica della città e del suo nuovo Teatro. il Teatro Petrarca nel 2015 dopo la ristrutturazione La struttura del primo teatro, chiamato in un primo tempo Teatro Regio e successivamente Regio Teatro Petrarca, era con pianta a ferro di cavallo, presentava un bel palcoscenico e quattro ordini di palchi. Nel 1939 venne inaugurata la sala terrena, progettata dall'ingegnere Lorenzo Materassi, da adibire a piccole feste e venne installato il sipario dipinto da Angiolo Sarri raffigurante il Petrarca accolto nel 1350 ad Arezzo con tutti gli onori. Risale invece al 1835 il busto marmoreo scolpito da Benedetto Mori collocato all'ingresso della platea. Vari lavori di ristrutturazione e abbellimento si succedettero negli anni. Fra il 1881 e il 1882, per opera dell'ingegnere Carlo Gatteschi, fu aumentato il numero dei palchi, ristrutturato il palco regio, decorate le pareti, la bocca d'opera e rinnovata la tappezzeria, messi in funzione nuovi servizi igienici, rimesso a nuovo il tavolato della platea così come altre significative ristrutturazioni e opere di messa a norma. La palazzina d'ingresso al Teatro venne invece costruita negli anni 1892 e 1893 su progetto dell'ingegnere Alessandro Maraghini che trasformò in loggione anche il quarto ordine di palchi e operò altri importanti lavori di costruzione e restauro come il mezzanino e il caffè interno, nonché il palcoscenico, i camerini, la platea, l'orchestra e le uscite di sicurezza. Dopo un processo di ristrutturazione durato 10 anni, il 16 dicembre 2015 il teatro ha riaperto le porte agli spettatori con una stagione piena di eventi teatrali e lirici. La ristrutturazione è stata eseguita nel rispetto della risposta acustica già esistente ad opera dello studio Biobyte, dott. Enrico Moretti, ing. Maria Cairoli L'apparato decorativo degli interni, in modo particolare le cornici a stucco dei palchi e le pitture della volta e delle varie salette, contribuiscono a dare al Teatro Petrarca una immagine di eleganza e originalità. Collocato all'interno del nucleo urbano cittadino, il Teatro presenta una facciata esterna che segue un disegno lineare e semplice, confondibile con gli edifici adiacenti, caratterizzato dall'uso di elementi decorativi quali cornicioni e riquadrature delle aperture in cemento o pietra serena. Il Teatro Petrarca ha ospitato in passato spettacoli di vario genere, dalla prosa, alla musica, al balletto, nonché rappresentazioni circensi; è stato considerato una meta di prestigio per molte importanti compagnie teatrali. Nel 1882, in occasione dell'inaugurazione del monumento a Guido Monaco, collocato tuttora nell'omonima piazza, il Teatro ha ospitato varie rappresentazioni dell'opera Mefistofele di Arrigo Boito.
Teatro Petrarca
12 Via Guido Monaco
La nascita, nel 1828, si deve ad una Società Anonima composta da cittadini aretini, che successivamente prese il nome di Accademia Teatrale Petrarca. L'incarico del progetto fu affidato all'ingegnere Vittorio Bellini e nel 1830 ebbero inizio i lavori di costruzione. Il Teatro fu inaugurato tre anni dopo, il 21 aprile 1833, con la rappresentazione di Anna Bolena musicata da Donizetti e con un ballo in cinque atti intitolato Alessandro da Palermo. Il successo di queste prime rappresentazioni, ottenuto grazie alla bravura degli attori Marianna Brighenti e Luigi Biondini e alle apprezzate qualità dello scenografo Gianni di Firenze e dell'impresario Giuseppe Feroci, segnarono il primo importante risultato nella storia artistica della città e del suo nuovo Teatro. il Teatro Petrarca nel 2015 dopo la ristrutturazione La struttura del primo teatro, chiamato in un primo tempo Teatro Regio e successivamente Regio Teatro Petrarca, era con pianta a ferro di cavallo, presentava un bel palcoscenico e quattro ordini di palchi. Nel 1939 venne inaugurata la sala terrena, progettata dall'ingegnere Lorenzo Materassi, da adibire a piccole feste e venne installato il sipario dipinto da Angiolo Sarri raffigurante il Petrarca accolto nel 1350 ad Arezzo con tutti gli onori. Risale invece al 1835 il busto marmoreo scolpito da Benedetto Mori collocato all'ingresso della platea. Vari lavori di ristrutturazione e abbellimento si succedettero negli anni. Fra il 1881 e il 1882, per opera dell'ingegnere Carlo Gatteschi, fu aumentato il numero dei palchi, ristrutturato il palco regio, decorate le pareti, la bocca d'opera e rinnovata la tappezzeria, messi in funzione nuovi servizi igienici, rimesso a nuovo il tavolato della platea così come altre significative ristrutturazioni e opere di messa a norma. La palazzina d'ingresso al Teatro venne invece costruita negli anni 1892 e 1893 su progetto dell'ingegnere Alessandro Maraghini che trasformò in loggione anche il quarto ordine di palchi e operò altri importanti lavori di costruzione e restauro come il mezzanino e il caffè interno, nonché il palcoscenico, i camerini, la platea, l'orchestra e le uscite di sicurezza. Dopo un processo di ristrutturazione durato 10 anni, il 16 dicembre 2015 il teatro ha riaperto le porte agli spettatori con una stagione piena di eventi teatrali e lirici. La ristrutturazione è stata eseguita nel rispetto della risposta acustica già esistente ad opera dello studio Biobyte, dott. Enrico Moretti, ing. Maria Cairoli L'apparato decorativo degli interni, in modo particolare le cornici a stucco dei palchi e le pitture della volta e delle varie salette, contribuiscono a dare al Teatro Petrarca una immagine di eleganza e originalità. Collocato all'interno del nucleo urbano cittadino, il Teatro presenta una facciata esterna che segue un disegno lineare e semplice, confondibile con gli edifici adiacenti, caratterizzato dall'uso di elementi decorativi quali cornicioni e riquadrature delle aperture in cemento o pietra serena. Il Teatro Petrarca ha ospitato in passato spettacoli di vario genere, dalla prosa, alla musica, al balletto, nonché rappresentazioni circensi; è stato considerato una meta di prestigio per molte importanti compagnie teatrali. Nel 1882, in occasione dell'inaugurazione del monumento a Guido Monaco, collocato tuttora nell'omonima piazza, il Teatro ha ospitato varie rappresentazioni dell'opera Mefistofele di Arrigo Boito.
“Una casa principiata in Arezzo, con un sito per fare orti bellissimi nel borgo San Vito, nella migliore aria della città”: con queste parole Giorgio Vasari descriveva la sua casa, acquistata nel 1541, oggi sede del museo omonimo. L’abitazione si sviluppa su quattro livelli: il seminterrato; il piano nobile, con affaccio diretto sul giardino; il secondo piano, probabilmente destinato alla servitù, piuttosto rimaneggiato; le soffitte. Accanto alla casa si estende il giardino pensile all’italiana, in origine più esteso e con degli orti. Vasari affrescò riccamente le sale dell’appartamento signorile, seguendo un preciso programma di celebrazione del ruolo dell’artista, utilizzando riferimenti mitologici, biblici, e allegorie. Nel 1687, l’ultimo discendente del Vasari, Francesco Maria, per volontà testamentaria lasciò i suoi beni immobili alla Fraternita dei Laici. Dopo un ulteriore cambiamento di proprietà, nel 1911 – in occasione del quarto centenario della nascita dell’artista aretino – la dimora venne acquistata dallo Stato italiano per destinarla a Museo. Negli anni Cinquanta del secolo scorso il Museo assunse il suo aspetto attuale, con l’eliminazione degli arredi in stile e l’allestimento di una piccola quadreria con opere di Vasari, dei suoi collaboratori, e di altri pittori toscani, ben rappresentativa del Manierismo toscano. All’interno di Casa Vasari si conserva inoltre il prezioso Archivio vasariano, contenente la corrispondenza del poliedrico artista e documenti quali le Ricordanze e lo Zibaldone. La collezione Il museo è caratterizzato soprattutto dalla presenza di pitture murali sulle pareti e sulle volte, e dai dipinti su tavola che l’artista realizzò a più riprese per decorare la propria abitazione. In particolare, nella Sala del Trionfo della Virtù, la rappresentazione è incentrata sul ruolo dell’artista, e sull’influsso degli astri sulla vita umana: celebri artisti dell’antichità, figure allegoriche e, sul soffitto, Il Trionfo della Virtù che lotta con la Fortuna e l’Invidia. Nella Camera di Abramo, ovvero la camera nuziale, ha particolare risalto Dio padre che benedice la generazione di Abramo nel tondo centrale del soffitto. Nelle altre sale, Apollo e le Muse, la Fama, e numerosi ritratti di artisti contemporanei a Vasari. I dipinti esposti a Casa Vasari, costituenti la Quadreria allestita agli inizi degli anni Cinquanta e rinnovata nel 2011, provengono per la maggior parte dalle collezioni delle Gallerie Fiorentine e presentano una rassegna di pittori cinquecenteschi riferibile in particolare ai cosiddetti “pittori dello studiolo”, ossia gli artisti che – intorno al 1570 collaborarono insieme a Vasari alla decorazione dello Studiolo di Francesco I de’ Medici in Palazzo Vecchio, tra cui Jacopo Zucchi, Carlo Portelli, Mirabello Cavalori, Francesco Morandini, Alessandro Allori, Perin del Vaga, Giovanni Stradano, Maso da San Friano, Santi di Tito, ed altri di ambito aretino e fiorentino. Sono poche le opere appartenenti all’arredo originale della casa: la Venere in gesso attribuita a Bartolomeo Amannati, posta a coronamento del camino nella Sala del Trionfo della Virtù, e la terracotta policroma invetriata raffigurante l’imperatore romano Galba di profilo, attribuita ad Andrea Sansovino ed esposta nel cosiddetto Stanzino vasariano.
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Casa Vasari
55 Via XX Settembre
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“Una casa principiata in Arezzo, con un sito per fare orti bellissimi nel borgo San Vito, nella migliore aria della città”: con queste parole Giorgio Vasari descriveva la sua casa, acquistata nel 1541, oggi sede del museo omonimo. L’abitazione si sviluppa su quattro livelli: il seminterrato; il piano nobile, con affaccio diretto sul giardino; il secondo piano, probabilmente destinato alla servitù, piuttosto rimaneggiato; le soffitte. Accanto alla casa si estende il giardino pensile all’italiana, in origine più esteso e con degli orti. Vasari affrescò riccamente le sale dell’appartamento signorile, seguendo un preciso programma di celebrazione del ruolo dell’artista, utilizzando riferimenti mitologici, biblici, e allegorie. Nel 1687, l’ultimo discendente del Vasari, Francesco Maria, per volontà testamentaria lasciò i suoi beni immobili alla Fraternita dei Laici. Dopo un ulteriore cambiamento di proprietà, nel 1911 – in occasione del quarto centenario della nascita dell’artista aretino – la dimora venne acquistata dallo Stato italiano per destinarla a Museo. Negli anni Cinquanta del secolo scorso il Museo assunse il suo aspetto attuale, con l’eliminazione degli arredi in stile e l’allestimento di una piccola quadreria con opere di Vasari, dei suoi collaboratori, e di altri pittori toscani, ben rappresentativa del Manierismo toscano. All’interno di Casa Vasari si conserva inoltre il prezioso Archivio vasariano, contenente la corrispondenza del poliedrico artista e documenti quali le Ricordanze e lo Zibaldone. La collezione Il museo è caratterizzato soprattutto dalla presenza di pitture murali sulle pareti e sulle volte, e dai dipinti su tavola che l’artista realizzò a più riprese per decorare la propria abitazione. In particolare, nella Sala del Trionfo della Virtù, la rappresentazione è incentrata sul ruolo dell’artista, e sull’influsso degli astri sulla vita umana: celebri artisti dell’antichità, figure allegoriche e, sul soffitto, Il Trionfo della Virtù che lotta con la Fortuna e l’Invidia. Nella Camera di Abramo, ovvero la camera nuziale, ha particolare risalto Dio padre che benedice la generazione di Abramo nel tondo centrale del soffitto. Nelle altre sale, Apollo e le Muse, la Fama, e numerosi ritratti di artisti contemporanei a Vasari. I dipinti esposti a Casa Vasari, costituenti la Quadreria allestita agli inizi degli anni Cinquanta e rinnovata nel 2011, provengono per la maggior parte dalle collezioni delle Gallerie Fiorentine e presentano una rassegna di pittori cinquecenteschi riferibile in particolare ai cosiddetti “pittori dello studiolo”, ossia gli artisti che – intorno al 1570 collaborarono insieme a Vasari alla decorazione dello Studiolo di Francesco I de’ Medici in Palazzo Vecchio, tra cui Jacopo Zucchi, Carlo Portelli, Mirabello Cavalori, Francesco Morandini, Alessandro Allori, Perin del Vaga, Giovanni Stradano, Maso da San Friano, Santi di Tito, ed altri di ambito aretino e fiorentino. Sono poche le opere appartenenti all’arredo originale della casa: la Venere in gesso attribuita a Bartolomeo Amannati, posta a coronamento del camino nella Sala del Trionfo della Virtù, e la terracotta policroma invetriata raffigurante l’imperatore romano Galba di profilo, attribuita ad Andrea Sansovino ed esposta nel cosiddetto Stanzino vasariano.
Il Museo Nazionale d'Arte Medievale e Moderna ha sede in palazzo Bruni Ciocchi detto della Dogana, uno dei più bei palazzi rinascimentali della città. Il Museo si sviluppa su tre piani e possiede anche un giardino pensile posto a livello del primo piano: nell'antica limonaia ha ora sede il laboratorio di restauro. Per l'importanza, la varietà e la ricchezza delle opere conservate, il Museo Nazionale d'Arte Medievale e Moderna si può considerare tra i più significativi della Toscana: la sua storia è strettamente connessa a quella della città e alle sue principali istituzioni civili e religiose. I due nuclei fondamentali che compongono le raccolte del museo appartengono infatti alla Fraternita dei Laici e al Comune di Arezzo, costituite da opere provenienti dalle chiese e dai conventi soppressi e da raccolte d'arte di diversa origine e natura, riunite da collezionisti, eruditi ed artisti aretini.
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National Museum of Medieval and Modern Art
8 Via San Lorentino
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Il Museo Nazionale d'Arte Medievale e Moderna ha sede in palazzo Bruni Ciocchi detto della Dogana, uno dei più bei palazzi rinascimentali della città. Il Museo si sviluppa su tre piani e possiede anche un giardino pensile posto a livello del primo piano: nell'antica limonaia ha ora sede il laboratorio di restauro. Per l'importanza, la varietà e la ricchezza delle opere conservate, il Museo Nazionale d'Arte Medievale e Moderna si può considerare tra i più significativi della Toscana: la sua storia è strettamente connessa a quella della città e alle sue principali istituzioni civili e religiose. I due nuclei fondamentali che compongono le raccolte del museo appartengono infatti alla Fraternita dei Laici e al Comune di Arezzo, costituite da opere provenienti dalle chiese e dai conventi soppressi e da raccolte d'arte di diversa origine e natura, riunite da collezionisti, eruditi ed artisti aretini.
L'Accademia Petrarca nacque ufficialmente nel 1810, anche se erano già esistite in precedenza varie accademie aretine (l'Accademia dei forzati, l'Accademia dei furibondi).[1] Nel 1787 alcuni eruditi aretini chiesero al granduca Pietro Leopoldo di poter istituire una nuova Accademia, che però durò pochissimo, a causa dei sommovimenti portati dal periodo napoleonico. Nel maggio 1810, come si è detto, il sodalizio risorse, grosso modo con i medesimi soci, ed iniziò la propria regolare attività.[2] Solo nel 1828 ebbe degna sede nella biblioteca dell'ex convento di Badia.[3] Tra gli argomenti trattati nelle riunioni dell'istituzione figuravano “paleografia, archeologia, numismatica ed altra varia erudizione; ma anche gli studi applicati (…) di economia, di diritto, di medicina, di agronomia, di fisica e di politica”.[3] A metà Ottocento, tra i soci figuravano personaggi quali Alessandro Manzoni, Giuseppe Giusti, Niccolò Tommaseo.[4] Nel Novecento, venne istituita la Commissione per l'edizione nazionale delle opere del Petrarca, che portò nuovo fervore alla vita dell'Accademia. Tra i soci più significativi e noti del Novecento figurarono Ernest Hatch Wilkins, Giovanni Alfredo Cesareo, Nicola Zingarelli, Gioacchino Volpe, Carlo Calcaterra, Lionello Venturi, Giuseppe Billanovich, Bruno Migliorini, Amintore Fanfani.[3] La Biblioteca dell’Accademia Petrarca ha una consistenza di oltre 20.000 opere ed è in continua espansione. Il patrimonio bibliografico cartaceo è costituito da pregevoli incunaboli, preziose edizioni del 1500, numerose edizioni del 1600, 1700, 1800 e 1900 e una ricca emeroteca, oltre a pubblicazioni dell’Accademia Petrarca, pergamene e manoscritti. Sezioni speciali: Fondo antico di Francesco Redi - Fondo antico di Francesco Petrarca - Fondo disegni di Francesco Nenci
Accademia Petrarca di lettere, arti e scienze
0 Via degli Albergotti
L'Accademia Petrarca nacque ufficialmente nel 1810, anche se erano già esistite in precedenza varie accademie aretine (l'Accademia dei forzati, l'Accademia dei furibondi).[1] Nel 1787 alcuni eruditi aretini chiesero al granduca Pietro Leopoldo di poter istituire una nuova Accademia, che però durò pochissimo, a causa dei sommovimenti portati dal periodo napoleonico. Nel maggio 1810, come si è detto, il sodalizio risorse, grosso modo con i medesimi soci, ed iniziò la propria regolare attività.[2] Solo nel 1828 ebbe degna sede nella biblioteca dell'ex convento di Badia.[3] Tra gli argomenti trattati nelle riunioni dell'istituzione figuravano “paleografia, archeologia, numismatica ed altra varia erudizione; ma anche gli studi applicati (…) di economia, di diritto, di medicina, di agronomia, di fisica e di politica”.[3] A metà Ottocento, tra i soci figuravano personaggi quali Alessandro Manzoni, Giuseppe Giusti, Niccolò Tommaseo.[4] Nel Novecento, venne istituita la Commissione per l'edizione nazionale delle opere del Petrarca, che portò nuovo fervore alla vita dell'Accademia. Tra i soci più significativi e noti del Novecento figurarono Ernest Hatch Wilkins, Giovanni Alfredo Cesareo, Nicola Zingarelli, Gioacchino Volpe, Carlo Calcaterra, Lionello Venturi, Giuseppe Billanovich, Bruno Migliorini, Amintore Fanfani.[3] La Biblioteca dell’Accademia Petrarca ha una consistenza di oltre 20.000 opere ed è in continua espansione. Il patrimonio bibliografico cartaceo è costituito da pregevoli incunaboli, preziose edizioni del 1500, numerose edizioni del 1600, 1700, 1800 e 1900 e una ricca emeroteca, oltre a pubblicazioni dell’Accademia Petrarca, pergamene e manoscritti. Sezioni speciali: Fondo antico di Francesco Redi - Fondo antico di Francesco Petrarca - Fondo disegni di Francesco Nenci
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E' il cuore della passeggiata e della Movida ad Arezzo con i migliori negozi e locali caratteristici della notte. Per godere delle bellezze architettoniche e i monumenti della splendida di Arezzo, è consigliabile una passeggiata lungo Corso Italia, una delle principali arterie che tagliano il centro storico del meraviglioso capoluogo toscano. Da secoli, Corso Italia rappresenta la principale via cittadina, costeggiata da importanti edifici storici come il quattrocentesco Palazzo Bacci, il Palazzo Altucci del Duecento e la cosiddetta Torre della Bigazza del 1351, rimaneggiata in epoca fascista per divenire torre del Littorio. Il Corso ospita anche edifici di culto che custodiscono inestimabili tesori dell’arte, come la duecentesca Chiesa di S. Michele, al cui interno è possibile ammirare una tavola del 1466, raffigurante la Madonna col Bambino e santi, opera di Neri di Bicci.
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Corso Italia
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E' il cuore della passeggiata e della Movida ad Arezzo con i migliori negozi e locali caratteristici della notte. Per godere delle bellezze architettoniche e i monumenti della splendida di Arezzo, è consigliabile una passeggiata lungo Corso Italia, una delle principali arterie che tagliano il centro storico del meraviglioso capoluogo toscano. Da secoli, Corso Italia rappresenta la principale via cittadina, costeggiata da importanti edifici storici come il quattrocentesco Palazzo Bacci, il Palazzo Altucci del Duecento e la cosiddetta Torre della Bigazza del 1351, rimaneggiata in epoca fascista per divenire torre del Littorio. Il Corso ospita anche edifici di culto che custodiscono inestimabili tesori dell’arte, come la duecentesca Chiesa di S. Michele, al cui interno è possibile ammirare una tavola del 1466, raffigurante la Madonna col Bambino e santi, opera di Neri di Bicci.
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